Ormai ho deciso: o sono la personificazione di una lunga lista di errori di valutazione, oppure c’è un grosso problema di comunicazione tra me e questo mondo.

A quanto pare non uno solo dei lavori che ho già fatto rifarei volentieri, nessuno dei passati corsi di formazione frequenterei dinuovo con lo stesso entusiasmo. Guardando il mio CV per l’ennesima limata di stile non riesco a trovarne nè capo nè coda, a parte una certa ripetitività della parola “comunicazione”, che di per sé può voler dire tutto e niente. Almeno per questo magico “mondo del lavoro”. Eppure “comunicare” è una delle poche cose di cui posso dire: questa la so fare. Leggendo bene mi rendo conto di aver avuto sogni forti quanto imprese militari, che poi ho affondato da sola al primo ostacolo. Bene. Mica tanto.

Urge una nuova pianificazione. Un nuovo stimolo, una nuova idea. Oppure urge trovare finalmente il fegato di andare avanti nonostante i titoloni dei giornali… “Disoccupazione in crescita”, “Precari senza diritti”, “Licenziata perché incinta”… fuck.

In questo momento, in questi giorni in cui sono a casa per infortunio sul lavoro (si chiama così anche se stai facendo uno stage non retribuito in un posto dove non ti assumeranno mai) , ho tutto il tempo per pensare a quello che ho fatto, che sto facendo e che dovrei programmare di fare. Dovrei. Quanto odio questa parola.

Oltre ad una possente ventata di nausea, mi viene spontaneo cercare delle soluzioni, perchè senza stipendio non resisterò ancora molto. Eppure una parte di me, quella a cui sono più affezionata, usa questo tempo per correre davanti alla libreria, aprire un libro dopo l’altro e rileggere le pagine che mi sono rimaste in testa, leggerne delle nuove per lasciarmi ispirare, e scrivere citazioni sul primo foglio che trova, finché non diventa buio.

Il mio spirito è indifferente ai problemi di lavoro. Vuole librarsi nell’aria, con o senza il resto di me.