Ho perso il giorno dei Santi. Ho perso il Grande Raduno Familiare che c’è ogni anno alla Festa dei Santi.

Sarà perché mi sono trasferita ancora più lontano, ma ci penso ancora adesso.

Verso le sei, la casa della Mellin ha in cucina una pentola per fornello, più altre tre sulla cucina economica accesa da ore, così restano calde. Quaranta gradi percepiti. Odori di zucca, carne arrosto e besciamella. E il tavolo nascosto da prosciutti, salami, formaggi, vini e scatole di dolci. Il fuoco scoppietta nel camino del salotto, dove il tavolone di noce è bianco di tovaglia e piatti lucidi. C’è ancora la messa, e in casa è rimasto solo lo zio anarchico, Frengo che va a vedere del cane e io.

Quando poco più tardi cominciano ad arrivare gli altri è come stare sotto la doccia, con al posto dell’acqua solo sorrisi e abbracci. Tanti abbracci.

Nella mia famiglia ci si abbraccia parecchio. Si lascia che i fumatori facciano la loro pausa nel portico, dopo il secondo e prima che arrivino i dolci,  che lo zio anarchico tagli l’ananas, che la zia che canta faccia il caffé con la cremina, che la Mellin faccia il discorso prima di cena, e che le nipoti ballino con la radio accesa mentre lavano i piatti.

La casa della Mellin è su di una collina. Ha un portico per le feste d’estate, il camino, la catasta di legna nel garage e un giardino con fioriere e rosai. E un cespuglio, proprio accanto alla scaletta che porta all’orto, che quando si riempiva dei suoi fori candidi e minuscoli io mi ci appoggiavo a braccia aperte, come fosse un cuscino.

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