Mrs Mustard

Quando è entrata dalla porta aveva il passo veloce e pesante di chi entra a casa propria e quando mi ha vista e salutata non ha neanche accennato a un sorriso. Quando poi si è tolta il piumino e si è seduta sulla sedia accanto alla mia si è sistemata sul bordo, con la schiena bella dritta e le gambe accavallate. Gambe inguainate in collant giallo senape, una senape triste, ingrigita e impietosa con la curva dei polpacci. Mentre lei apriva il suo immacolato block notes ho pensato che il nostro informale incontro di lavoro cominciava proprio bene.

Dovevo incontrare Mrs Mustard per farle poche e brevi domande su alcuni dati che mi mancavano per completare un lavoro (commissionato dall’ufficio per cui è consulente), questione di dieci minuti a voler essere brutalmente diretti, quindici con i riti del caso. Perciò armata di una già traballante speranza ho sfoderato il mio sorriso più amichevole e ho cominciato a parlare.

Mrs Mustard è rimasta qualche secondo in silenzio incollando i suoi piccoli occhi inquisitori alla mia sempre più incerta espressione di cordialità. “Ma perché mi guarda così? Speriamo che non mi faccia domande troppo tecniche… non ne ho voglia, oggi proprio non ne ho voglia… fammi andare a casa con un briciolo di buonumore… non ho voglia di discutere, non ho voglia…”

Devo ammetterlo, quando uno non sa chi è rischia di trovarsi in una situazione simile e non sapere bene che faccia fare. Ci vorrebbe un’espressione neutrale e accomodante imperturbabile, da indossare come un paio di occhiali da saldatore davanti allo scintillìo composto di chi aspetta solo il momento buono per saltarti addosso. Non credo che i miei sforzi siano andati a buon fine. Penso invece di aver avuto la faccia distorta in una paresi poco elegante, poco efficace.

Nemeno due minuti e Mrs Mustard ha cominciato a tentennare la penna sul foglio, poi a disegnare sulla pagina ipotetici cerchi e cerchietti senza versare una goccia di inchiostro, poi con la stessa velocità ha infilzato la mia voce con domande da esame di diritto penale che mi hanno bloccata, resa incerta e infine zittita. Guardando la sua bocca sottile e appuntita mi è subito venuta in mente una cornacchia.

Mentre parlava ha dispiegato un paio di volte le ali, gonfiato il petto e beccato esattamente lì dove speravo che non si sarebbe azzardata. Come difendere un lavoro commissionato proprio all’Ufficio che in passato ha silurato Mrs Mustard? Un’ora e mezza di sudori sciolta nell’invettiva “Sarà meglio che lei parli con i suoi referenti scientifici, perchè così impostato il lavoro non va bene, non posso lasciarglielo fare, dovrò bloccarlo”.

Appena dietro le mie spalle sento un rumore familiare, qualcuno ha appena buttato nel cesso due mesi di lavoro e ha tirato la catena.

In momenti come questo ringrazio chiunque mi abbia creato per essersi dimenticato di impostare le valvole del carattere su di una precisa personalità. Senza quasi rendermene conto mi faccio più piccola, direi all’incirca diciassette anni, gli occhi più aperti e la testa che annuisce rispettosa: io sono l’allieva e Lei l’insegnante, prendo appunti con diligenza e le faccio domande di cui conoscerei già la risposta (se avessi ancora la mia vera età). Le ripeto le sue parole, lei è sollevata, si convince che ho capito la Sua posizione, il suo (suo?) progetto così come dovrei realizzarlo, addolcisce lo sguardo, ripete per dieci minuti ancora i suoi imprescindibili punti, apprezza il mio rispettoso silenzio, sospira e le scappa un mezzo sorriso. Di più, un complimento. Ho vinto.

Quando Mrs Mustard esce dall’ufficio con il petto in fuori e le gambe giallastre distese, io ho dinuovo trent’anni e mi sento una sopravvissuta.

Due settimane più tardi la nuova versione del progetto è impostata e aspetta solo l’approvazione di Mrs Mustard. A nessuno è ancora chiaro perché sia necessario il suo placet, ma tutti hanno saggiamente evitato di porre la questione. Mentre aspetto la sua mail di risposta mi chiedo perchè nella vita ci debbano essere persone che mettono la propria vanità davanti alla buona riuscita di un lavoro. Mi chiedo se sarei mai in grado di farlo, e se un giorno dovessi rendermi conto che vorrei farlo davvero, o che in passato l’ho fatto e non me ne sono neanche accorta.

Devo farmi una lista, dove mettere tutte le cose che non vorrei diventare.

“1. Una cornacchia.”