Venezia nuova

Ritornare nella città in cui hai vissuto per molti anni, dove ti sei persa e ritrovata e persa dinuovo. Persa ogni giorno di sole, ritrovata a ogni nebbia sul pelo dell’acqua.

Venezia è stata un’isola in tutti i sensi metaforici possibili. E’ stata un’esperienza ultraterrena dove tutto è sempre cominciato e finito tra la pietra e l’acqua, ogni cosa fatta, detta e pensata è rimasta lì, come un’eco naturale. Calli larghe come le tue spalle, fondamenta aperte verso un orizzonte che non si scorge mai, lampioni fiochi come candeline. E la vecchietta che trascina un carretto pieno zeppo sui gradini di un ponte, e ti guarda male, malissimo, quando le chiedi se vuole aiuto. Tutto è come ieri, sei mesi fa, dieci anni fa. O quasi.

Cammino da poco quando guardandomi intorno penso “Venezia è un mondo a parte, lontano da tutto e da tutti, ignorato dai cambiamenti del tempo civile”.

Poi scendo uno dei ponti che ho calpestato di più negli ultimi dieci anni, e pochi metri più avanti mi vedo smentire clamorosamente. Una porta minuscola, con accanto una vetrina altrettanto minuscola, è stata verniciata di fresco, e di un bel bianco e rosso brillanti. Mi fermo un istante a guardare e penso che mi mette proprio allegria, che nella bellezza malinconica di una città destinata a museo all’aperto, e quindi a restare sempre identica a sé stessa, conservata, al massimo rinfrescata ogni tanto, un puntolino luminoso di vernice fresca squilla una voglia matta di cose nuove.

Chissà cosa diventerà, quel piccolo spazio bianco. Mi piace pensare che tornerò nell’anno nuovo a vedere che cosa c’è dentro, e magari farò due chiacchere con chi ha scelto quei colori, e ci farò amicizia.

Quando chiudo la porta dell’appartamento e mi tolgo la giacca mi rendo conto che in quei quindici minuti di strada che ho fatto sono passata non lontano da un negozio di maglieria con l’insegna immacolata, una giovanissima enoteca accanto a un bar che conoscevo poco anche anni fa, e un negozio di fiori germogliato lì dove c’era un vecchio bacaro. Eppure ero convinta di aver visto solo la vernice fresca.

E’ come se si vivesse nella convinzione che ci voglia un cambiamento, ma che le cose attorno a noi in realtà non evolvano mai, non si rinnovano mai. Facciamo ogni giorno gli stessi percorsi, guardiamo le nostre città e a meno che non ci appaia un palazzo a specchi lì dove prima c’era solo il cielo restiamo fermi nella nostra triste convinzione. Forse dobbiamo fare più attenzione, guardare meglio, essere sicuri di vedere le cose esattamente per quello che sono. Forse qualcosa sta veramente cambiando, si sta rinnovando, e lontano dai nostri occhi distratti.

Mi piacerebbe essere sempre in grado di vedere come le cose cambiano, scorrono accanto a me. Mi piacerebbe essere in grado di percepire il movimento che c’è in ogni cosa, sentirmi parte di esso e esserne ispirata.

Così comincio una nuova lista, questa volta di cose che devo assolutamente diventare.

“1. Occhi aperti.”