8.8cd

“Guarda! Guarda che robe! Vieni a vedere… li vedi?”

Ha il naso a due millimetri dalla finestra, vedo il suo fiato imbiancare il vetro, il riflesso dei suoi occhiali, quello dei suoi baffi.

“Cosa c’è?”

Non faccio in tempo a raggiungerlo che scatta verso l’altra metà della cucina, agguanta il suo regalo di compleanno di dieci anni fa e torna in posizione nascondendosi dietro l’enorme binocolo.

“Ecco. Vieni vieni veloce. Ecco guarda là, sul ramo di mezzo, quello del primo albero, accanto al pino. Guarda qui dentro così vedi meglio. Li vedi? Eh? Li vedi?”

Ci metto un po’ per mettere a fuoco, giro la rotella per regolare il focus delle grosse lenti e nel mezzo di una macchiolina marrone verdastra vedo definirsi un becco, una coda, una testolina inquieta. Poi becco, coda, e testolina diventano due. Una coppia di cinciallegre si sta rincorrendo lungo il ramo di un albero, tra le foglie illuminate dal tepore del primo pomeriggio.

“Non sono uno spettacolo?”

Per un po’ resto immobile, con i muscoli tesi per mantenere la posizione, per non perdere le due cince che saltellano dentro le mie grosse lenti. Frengo è alle mie spalle, so che ha un sorriso come quello di un bambino, gli occhi aperti e luminosi pieni di soddisfazione.

“E’ da un po’ di giorni che le vedo, e secondo me ce n’è diverse, in giro, di coppie. Bene! Vuol dire che il territorio è sano!”

Non ho il coraggio di muovermi. Stringo forte il binocolo e cerco di non perdere di vista le “sue” creature. Cerco una domanda da fargli, il solito appiglio labile per dilatare il tempo, i gesti, le parole. Quando mi risponde penso solo a come mi sento. Frengo mi mette una mano sulla spalla, dice che è la stagione in cui cercano rametti e altre cose abbastanza flessibili per intrecciare il nido, che tra poco se tutto va bene faranno le uova.

La sua mano scivola via, con il suo passo deciso è già arrivato al salotto, poi in camera, non lo sento più. Ora guardo le cince ad occhi nudi, ancora qualche minuto, e mi chiedo quanti becchi, code e testoline avrei dovuto vedere a sei, sette anni, per non sentire adesso solo il freddo del vetro.