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Dovrebbe essere un po’ come guardare sé stessi da una certa distanza, attraverso un vetro, oltre il pelo dell’acqua: capire chi sei, e che persona vuoi diventare.

Scoprire sé stessi può essere un’attività piuttosto faticosa, soprattuto quando si è provvisti di una dose industriale di emotività turbolenta. La stessa fedele amica di sempre che mi ha permesso di fare colossali figuredi (come quella volta che per un pelo non ho vomitato sulla cattedra del prof di Antropologia due minuti prima di cominciare l’esame) e che allo stesso tempo mi ha resa per anni la spalla migliore per le lacrime di amiche e non solo.

Essere degli emotivi cronici ha alcuni vantaggi, godibili solo a determinate condizioni: ti mette al centro dell’attenzione, il che è un bene solo se sai raccogliere consensi (negli sfoghi, o se devi vendere qualcosa) o se sai ridere di te (nelle figuredi); ti rende la spalla numero uno, il braccio destro ideale per chiunque stia cercando voti, consensi, appoggi di ogni genere, a patto di essere estremamente convinti delle motivazioni dei nostri beniamini (non c’è supporter più fervente, entusiasta e convincente di un emotivo cronico); ti rende una spugna assetata di memoria affettiva: siamo quelli che si ricordano i singoli bronci, sorrisi, malumori o entusiasmi di tutti quelli con cui condividiamo il nostro tempo. Il che, ovviamente, è un fatto positivo solo se non sei affetto da quella terribile pestilenza il cui principale sintomo è: “è colpa mia”.

Essere un’emotivo cronico significa essere capaci di provare emozioni che, per la loro intensità, travalicano i bordi della coscienza per impastare la lingua, far tremare le mani, inumidire i pori e anestetizzare le ginocchia. Significa rendersi conto di punto in bianco di non essere più capaci di controllare il proprio corpo, le proprie reazioni: come quella volta che la professoressa di Letteratura italiana mi chiese in che persona fosse stato scritto L’isola di Arturo, durante l’esame su Elsa Morante. La sua voce era limpida e chiara nelle mie orecchie e la mia testa incredibilmente libera e vuota, di un vuoto cristallino. Solo quando spinsi la maniglia della porta del suo ufficio, fradicia di sudore e di sconfitta, riuscii a rispondere a me stessa “terza persona singolare”.

Essere un’emotivo turbolento significa riuscire a convincere un gruppo di persone che non ha la più pallida idea di chi tu sia ad avere abbastanza fiducia in te per investire quasi mille euro in eleganti prodotti d’arredo per la casa la cui provenienza è certa solo sulla parola e che dovranno farsi spedire all’altro capo del mondo con un corriere dai risaputi, dubbi risultati. Come quella volta che ho venduto ad una coppia di indiani, con cinquina di figli al seguito, un set da liquore in vetro di murano con placcatura dorata il cui pezzo più robusto, la bottiglia, aveva lo spessore massimo di un uovo di cioccolato con sorpresa.

Essere un’emotivo non dichiarato, ti mette nelle condizioni di accorgerti quando un’ombra di incertezza incrina per un istante il sorriso di tuo padre o irrigidisce la risata di tua madre, e di chiederti il perché e di darti subito una risposta abbastanza certa.

Ti permette di ricordarti come fosse ieri quanto peso possono avere i silenzi improvvisi di Co sul dilatare del tempo di una giornata qualsiasi. Ti fa provare lo stesso dolore sordo e solenne della Tere che perde suo padre e ti stringe come se tu sapessi come farla sentire meglio. Ti rende muto (il silenzio adatto a raccogliere parole che non sono tue) quando Ella, amazzone libera e selvaggia, scende da cavallo e confessa i propri errori e le proprie debolezze con lo stesso timore di un’adolescente insicura.

Ti trasforma in un pozzo ombroso dove le emozioni che gli altri ti hanno affidato, consapevoli o no, continuano a rimbalzare di pietra in pietra risalendo verso la superficie.

Essere un emotivo imperterrito ti spinge a fare tue anche parti della vita degli altri. Così molte volte il pozzo si riempie, ma non di ricordi tuoi. Quelli sono scivolati in basso, sul fondo, e alle pietre non riescono ad arrivare.

Bisogna che crei un canale di scolo, che diventi ingegnere e costruisca un bacino alternativo, sicuro, per i ricordi affettivi degli altri. Bisogna che dreni via le acque importate perché risplenda nella distanza solo il colore originale dei miei ricordi. Bisogna che io non sia più solo un pozzo per poter intravedere me stessa nuotare sul pelo dell’acqua, come un puntolino rosso acceso.