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Una rivelazione.

Questo è ciò che ho aspettato di trovare, scavando tra i ricordi che lo riguardano.

Non mi sono mai arresa, e credo che non cederò mai alla tentazione di alzare le spalle e dire “è fatto così”, oppure “non lo capisco, pazienza”. Lui è parte integrante di quel passato che mi ha resa ciò che sono ora. E una buona parte di me crede che rinunciare a capire, a conoscere la profonda natura di Co sia un po’ come rinunciare a dei capitoli importanti della mia storia, capitoli fondamentali per comprendere la mia stessa evoluzione e dare un senso al mio futuro.

Lui mi guarda e mi vede a tratti, solo quando il mondo solitario di cui fa parte glielo permette. La sua volontà vacilla spesso davanti ai richiami sonori della propria profondità: il suo mondo ha vita propria e allo stesso tempo vive grazie alla sua stessa ostinazione.

Non so più quante volte ho tentato di acchiapparlo, agguantare forte la sua attenzione, tenerla stretta fino a condividere risate, pensieri, sogni ridicoli o fantastici, scintille irripetibili… ma qualcosa di molto più forte di me e di molto simile alla forza di gravità lo ha sempre inesorabilmente ricondotto a sé, allontanandolo dalla luce, dal suono, dalle carezze, dal senso più semplice delle parole.

In quel mondo sotteraneo però, Co coltiva capacità e attitudini che il mondo esterno non è mai stato in grado di apprezzare. Ha costruito astronavi e compiuto viaggi in differenti dimensioni, ha imparato lingue e amato culture che devono ancora nascere. Di questo sì, sono certa.

Tutta la mia curiosità, il mio desiderio di conoscere questi luoghi personali non sono mai stati sufficienti per convincere Co, in un modo o nell’altro, a farmi dare una lampada, una qualsiasi, per riuscire a illuminare il suo pozzo quel tanto che basta a intuirne i contorni. Vedere le sue pietre, la luce riflessa e poi persa verso il fondo, anche solo per un millesimo di secondo: questa sì, sarebbe la mia Rivelazione! Riuscirei a vedere il luogo segreto dove, fin da quando ne ho memoria, Co si è sempre andato a nascondere, a proteggere. E vederlo sarebbe come poter smettere di chiamarlo, cercarlo in tutte le stanze di casa, aprire la porta di camera sua e dire “ah, sei qui!”.

Cercarlo e mai smettere di farlo: forse è questo il senso di noi due. Una piccola sfida, con apici di rincorse e tranquille soste sotto l’ombra incerta delle nostre confidenze. Quelle stesse soste in cui lui mi vede, mi osserva con quello sguardo risolutore, poi abbassa le spalle e ride di me o con me. Quei piccoli momenti perfetti come miracoli.

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