Lunghi silenzi impongono importanti riflessioni.

Non ho mai capito perché, ma dopo periodi di grandi entusiasmi per la scrittura il mio metabolismo comincia a remare in senso contrario: silenzio! (grida) stai zitta che è meglio!

…e così non scrivo più.

In genere quando succede davanti a me ho bella chiara e nitida la faccia di Ere, cardellino rumoroso e sempre affaccendato. Mentre la vocina del mio metabolismo diventa insistente, Ere sta facendo un discorso tutto suo che io in realtà sento a spizzichi e bocconi. Poco importa: il senso di ciò che dice è in perfetto accordo con quello che ormai penso anch’io.

Quando mi riduco al silenzio però (in tutte le storie c’è sempre un però, l’ho testato) la mia testa entra in uno stato di semi-veglia (o semi-incoscienza, a seconda di come la si voglia guardare) e continua a registrare. Registra, registra, registra. A volte tenta qualche rielaborazione ma poi si ferma e ricomincia da dove si era interrotta. Registra ancora.

Al momento fatidico di ritornare sulla pagina bianca una gran massa di notizie e riflessioni spinge alla porta per uscire. Non è facile gestire una simile pressione. La maggior parte delle volte continuo a procrastinare nella speranza che almeno una parte alla fine si annoi e rinunci a spingere. Faccio gioco sulla mia stessa indolenza.

Mi piacerebbe conoscere la radice di tutto questo, il motivo esatto che mi spinge a pensare che ciò che faccio, e soprattutto ciò che scrivo, sia in ogni caso e in ogni modo, inutile.

Ma inutile per cosa? Per chi?

A quale disegno dovrebbe corrispondere il prodotto delle mie azioni?

Quale dovrebbe essere lo scopo di tutto questo mio indaffararmi e, soprattutto, esiste una direzione alla mia volontà?

A volte mi piace immaginare che impormi l’attesa sia una strategia, un metodo per migliorare il prodotto finale, per affinare il senso (o i sensi) che uso per scrivere, per meditare e riflettere sulle cose, per essere creativa. Altre volte tempo che attendere troppo prima di impugnare dinuovo le mie armi, perché di armi e di guerra si tratta, con gli altri e col mondo, mi indebolisca, non mi permetta di fortificare me stessa, la mia lingua interiore.

Che fatiche. Tante parole e tanti silenzi, nel dondolìo continuo di una bilancia che non riesce a stare ferma. E intanto le ore passano, assieme i giorni, e io sono ancora qui, a ragionare sul perché non mi prendo sul serio.